“Nessun dettaglio è piccolo” – Oliviero Toscani a Napoli

Venerdì 10 giugno 2016 Oliviero Toscani è stato ospite a Napoli, presso il Cinema Modernissimo, nell’ambito delle Giornate della comunicazione organizzate dal centro studi ILAS.

Come sempre, Toscani è stato capace di sorprendere, a volte anche di spiazzare, il numeroso pubblico presente in sala, come solo le grandi menti sanno fare. Toscani è un fiume in piena, è la prima volta che ho avuto l’occasione di vederlo dal vivo e le mie aspettative non sono state per niente deluse.

L’incontro è durato ben tre ore, dalle 10 alle 13, e si è sostanzialmente diviso in due parti: una prima in cui Toscani ha raccontato la propria storia, a partire dagli esordi (e ha ricordato di “non aver scelto questa professione”, pur essendo figlio di un fotografo), per poi illustrare i propri lavori più celebri, offrendo una vera e propria parafrasi, lasciandosi andare di tanto in tanto a gustosi aneddoti. Successivamente ha fatto proiettare in sala il video “WART” (crasi di war e art), geniale parallelo tra l’arte e la guerra, entrambe rappresentazioni di una tragica condizione umana, con una continua sovrapposizione tra le due, una sovrapposizione straniante che non può lasciare indifferente nessuno.

Nella seconda parte della conferenza, Toscani ha risposto alle domande dei presenti, spesso e volentieri polemizzando e fornendo risposte semplicemente geniali e paradossali, che hanno dato luogo a ulteriori spunti di riflessione.

Raccontare minuziosamente l’evento è pressoché impossibile (e non dispongo di uno stenografo in grado di trascrivermi il dibattito, per cui mi sono dovuto arrangiare da solo…), ma cercherò di analizzarne al meglio delle mie possibilità i punti salienti.

La prima cosa messa in chiaro da Toscani è che il fotografo non dev’essere un mero esecutore, ma un autore, tema ricorrente nelle discussioni sulla natura stessa della fotografia. Se ci si comporta da esecutori, cioè coloro che scattano fotografie passivamente, quasi senza la minima idea di cosa stiano facendo, non si potrà mai avere l’ardire di considerarsi dei fotografi. Ma il discorso non si ferma certo a questo primo punto: infatti, Toscani punta anche il dito contro gli art director e i direttori creativi. Che bisogno ce n’è se un fotografo dovrebbe essere egli stesso un creativo, in grado d’interpretare in maniera del tutto personale ciò che gli si pone davanti, qualunque cosa sia?

La fotografia è esattamente come la pittura, la scultura, la letteratura, e via discorrendo. Insomma è arte, l’arte più semplice che ci sia, come ha osservato Toscani. In quanto tale, naturalmente, non può essere subordinata alla visione di un direttore artistico, sarebbe un po’ come influenzare un grande romanziere.

Ci si sposta poi su un altro punto cruciale: la fotografia è la memoria storica dell’umanità. Si dice spesso che un avvenimento, se non è documentato dalle immagini, è come se non esistesse, e la fotografia è il modo più immediato per raccontarlo. A questo punto, Toscani si lancia in una provocazione delle sue e dice: “Avrei voluto vedere le fotografie dei miracoli, probabilmente i Vangeli sarebbero stati scritti in un altro modo; Napoleone sarebbe stato giudicato peggio di Hitler, […] e Garibaldi avrebbe avuto molti meno monumenti”. Una provocazione forte ma incredibilmente lucida: la storia, fino all’invenzione della fotografia, la conosciamo per mezzo degli scritti e delle arti figurative, che tuttavia non offrono un documento, per così dire, concreto di ciò ch’è accaduto. Certo, la fotografia è tutt’altro che oggettiva, però ci fornisce almeno una piccola, grande garanzia: quella qualunque cosa fotografata era lì in quel momento. È stata messa lì per ingannare l’osservatore? Oltre l’inquadratura avveniva tutt’altro? La prospettiva è stata distorta deliberatamente dal fotografo? Tutto può essere, ma quel soggetto era lì e non ci piove. Questo la pittura non è in grado di dircelo. Tutto il resto appartiene a ben altro discorso, che magari tratterò, prima o poi.

Successivamente, dopo questa sorta d’introduzione, siamo giunti alla parte probabilmente più interessante dell’intero evento: quella in cui Toscani ha parlato, lasciando parlare anche i suoi lavori, di creatività, di mediocrità e di come queste siano espresse dalla nostra società.

Innanzitutto, una prima stoccata al mondo del marketing: il marketing è “ricerca della mediocrità”, non un vero esempio di creatività. Opinione più che condivisibile, vista l’ormai atavica crisi della pubblicità, fatta eccezione di poche realtà. La colpa di tutto ciò sarebbe da imputare al conformismo, che uccide la nostra individualità, la nostra “parte folle”, intesa in senso pirandelliano come parte fondamentale di ognuno di noi, che viene mortificata innanzitutto dalla necessità di uniformarsi per farsi accettare dalla massa. La chiave per emergere è dunque aver rispetto della propria follia, solo così potrà venir fuori la nostra vera personalità.

Ma allora, cosa significa essere veramente creativi? Significa mettere in luce la propria individualità, il proprio pensiero, non quello di qualcun altro. Essere creativi significa saper inventare qualcosa di nuovo, che abbia un significato, fuori dagli schemi e dagli stereotipi, ma anche fare qualcosa di “difficile”, che pochi altri farebbero. Con la consueta verve, Toscani afferma che, paradossalmente, fare il reporter di guerra sia più semplice che “fotografare una modella racchietta su fondo bianco”, perché “in guerra è già tutto fatto”.

Di certo non è creatività utilizzare un testimonial famoso per vendere un prodotto, puntando tutto sul testimonial stesso, perché un occhio critico potrebbe interpretare il tutto come una mancanza d’idee da parte di quel marchio, che non viene messo al centro della campagna. Per Toscani è inammissibile che un direttore creativo venga pagato per fare spot tanto banali, come quello di George Clooney per la Nescafè.

Una campagna creativa è stata senz’altro quella di Toscani per Toyota: ha usato come testimonial un gruppo di Amish, setta religiosa degli Stati Uniti che vive mantenendo le abitudini del XIX secolo. È evidente, e di fortissimo impatto, il contrasto tra una vettura ultratecnologica come la Toyota Prius e un gruppo di persone che si sposta ancora in carrozza (!).

Un’altra campagna che sicuramente desterà scalpore sarà quella con protagonisti dei migranti, di cui Toscani ha dato un’anticipazione nel corso dell’incontro, senza ovviamente offrire dettagli su quale sarà il “grande marchio” per cui sarà realizzata.

Nell’ultima fase della conferenza, c’è stato spazio per le domande dei presenti, alle quali Toscani ha risposto in maniera sempre originale, spiazzando spesso e volentieri il pubblico.

Tra le cose più interessanti emerse, ne voglio analizzare un paio: Toscani ha riportato in auge la metafora dell’uovo di Colombo, affermando che la creatività spesso è “fare qualcosa che un altro avrebbe fatto ma che non ha fatto”.

E poi, come non parlare del rapporto con le idee? L’artista non è quello che cerca le idee, sono semmai le idee a venire da lui. Cercarle ossessivamente porta alla mediocrità, esattamente come cercare il consenso. E, soprattutto, si rischia ancora una volta di perdere la propria identità. A tal proposito, Toscani ha raccontato un gustoso aneddoto: quando iniziò a studiare presso la prestigiosa scuola di Zurigo, Johannes Itten, maestro del colore della Bauhaus, lo sottopose a un esercizio apparentemente semplice: colorare due quadrati, riempendoli rispettivamente coi suoi colori preferiti e con quelli sfavoriti. Alla fine, Itten attaccò entrambi i fogli al muro e, osservandoli, concluse che il migliore dei due fosse quello che, secondo Toscani, era il peggiore. Com’era possibile? Il primo era “costruito a tavolino”, secondo degli schemi prefissati, mentre il secondo era più istintivo, più autentico. La grande lezione, quindi, è quella di andare sempre oltre le proprie convinzioni, anche quelle che ci sembrano impossibili da scalfire.

Infine, un’altra stoccata, stavolta all’arte contemporanea: per Toscani, quella di oggi non è vera arte. Si tratta solo di un bene di consumo per ricchi collezionisti, non di un documento della condizione umana.

Insomma, un incontro stimolante, difficile da dimenticare per un giovane fotografo che sta muovendo i primissimi passi in questo mondo così eterogeneo, in cui convivono genialità assoluta ed enorme mediocrità.

Ultimo appunto sul titolo: è una frase che Oliviero Toscani ha ripetuto moltissime volte durante il seminario, che secondo me ha un significato molto profondo, in cui si può riassumere un’intera filosofia di pensiero: “Nessun dettaglio è piccolo”. Non bisogna trascurare nulla, non bisogna credere che i dettagli siano cosa di poco conto, non bisogna guardare superficialmente il nostro mondo. Perché anche nelle piccole cose ci sono significati enormi che non dobbiamo far altro che svelare. Perché sono le piccole cose a renderci grandi.

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