Adobe, ma cosa stai combinando?

La grande notizia di oggi è sicuramente l’uscita dei nuovi software di casa Adobe dedicati alla fotografia: Photoshop CC 2018, che offre più che altro miglioramenti di funzioni già esistenti, e soprattutto Lightroom CC, e Lightroom Classic CC. Che cosa?!

Vediamo di fare prima chiarezza, per poi fare qualche considerazione in libertà.

Lightroom CC è una versione nuova di zecca del popolare software, con un’interfaccia più snella, più moderna e sicuramente indirizzata a quegli utenti che vogliono lavorare agilmente sia da desktop sia da mobile, grazie alla sincronizzazione su Creative Cloud. Altra caratteristica, che ci viene comunicata da Adobe stessa, è la semplice e immediata condivisione sui social, presente adesso anche su Photoshop.

Lightroom Classic CC è, invece, il buon, vecchio Lightroom, quello che ben conosciamo e che era fermo, prima di questa release, alla versione 2015. Cosa ci sia di nuovo non è ben chiaro, perché le note di rilascio parlano genericamente (pratica purtroppo ben consolidata tra tutti gli sviluppatori) di “miglioramenti delle prestazioni”. In buona sostanza, è lo stesso software di prima, che però Adobe ci assicura che continuerà a sviluppare e aggiornare anche in futuro.

Insomma, penso che il senso di confusione e straniamento di fronte a tutto questo non sia solo il mio.

Sono state, in soldoni, rilasciate due versioni parallele dello stesso software, ciascuna con le sue grosse lacune. E qui una prima domanda sorge spontanea: non era meglio realizzare un solo software che racchiudesse le caratteristiche di entrambi?

La risposta, anche se non immediata (a meno che non abbiate già avuto modo, come me, di mettere le mani sul programma), ci viene forse fornita dal nuovo Lightroom CC stesso: è terribilmente acerbo e non serve praticamente a nulla, per come stanno le cose adesso.

Si sincronizzano le foto, è vero, e poi? Direte voi, c’è la condivisione sui social!

Errore: innanzitutto la condivisione dei social si poteva già fare dal vecchio classico Lightroom, grazie ai plugin, ma vi dirò di più: l’unico servizio che compare dal menu di condivisione, al momento, è Facebook! Nemmeno Adobe Stock, nulla. E non esiste la possibilità di aggiungere plugin esterni. Anzi, a dirla tutta, non esiste nemmeno chissà quale possibilità di personalizzare l’interfaccia; insomma, è un’app prestata ai desktop, e già questo, per me, basta a far gridare allo scandalo.

Dal canto suo, Lightroom Classic continua a fare il suo onesto lavoro, ma è senza dubbio un programma ormai datato, che avrebbe bisogno di una nuova interfaccia e della sincronizzazione sul cloud. Insomma, quello che si propone di fare Lightroom CC, che però è un’app. Quindi, dove voglio andare a parare? La risposta è semplice: Adobe doveva creare un programma più moderno, ma sempre e comunque professionale, cosa che il nuovo Lightroom CC non è nella maniera più assoluta.

Va bene per il dilettante che scatta una foto col suo smartphone e vuole finire di svilupparla sul computer, per poi magari guardarla sul tablet con gli amici.

Il professionista ha bisogno di ben altro per gestire le proprie fotografie. Ho sempre apprezzato Lightroom per il fatto che mi permettesse di pubblicare i miei lavori su più piattaforme al tempo stesso, e credevo che questa nuova versione l’avrebbe reso ancora più veloce e immediato. Invece assistiamo a un passo indietro e, in generale, assistiamo alla gran confusione di un colosso che non sa più destreggiarsi tra il suo core business (i professionisti) e i dilettanti, ossia il mercato verso cui Adobe vorrebbe espandersi. Facendo così, però, scontenta tutti, e temo che lo capirà solo quando le sottoscrizioni degli abbonamenti caleranno drasticamente.

Un altro sintomo di questo stato confusionale, passato inosservato ai più, è il recente aggiornamento di un’altra applicazione, vale a dire Adobe Capture CC. Per chi non la conoscesse, quest’app per smartphone permette, tramite la fotocamera, di generare delle palette cromatiche in tempo reale, da caricare poi su Creative Cloud e usare quindi in Photoshop, Premiere e via dicendo.

Beh, con l’ultimo aggiornamento hanno aggiunto tante nuove funzioni, tutte accessibili tramite la fotocamera: ricerca dei font, riconoscimento dei materiali (!), creazione di forme vettoriali… ma hanno tolto la possibilità di creare le palette, ora si possono soltanto raccogliere dei campioni di colore.

Io la trovavo una funzione comodissima, che permetteva di usare con gran semplicità una regolazione di Photoshop che molti non sanno utilizzare al meglio: la consultazione colore. E ora mi viene praticamente preclusa questa possibilità, per motivi che francamente non mi sono chiari.

Per concludere, l’impressione che ho è che Adobe stia perdendo tempo a fare aggiornamenti più d’impatto visivo che altro, trascurando pericolosamente quello che dovrebbe essere il punto d’attenzione principale: le funzioni dei programmi che sviluppa. Nell’ultima settimana hanno mutilato un’app per smartphone e creato due gemelli diversi che non sono né arte né parte. Dove sta andando la barca? Sempre più alla deriva verso il mercato dei dilettanti (che vogliono darsi un’aria da prò)?

Parrebbe pericolosamente di sì. Non ci resta che aspettare, sperando che il timoniere corregga la rotta.

Intanto, Capture One e altri agguerriti concorrenti stanno alla finestra, pronti a soffiare sempre più clienti ad Adobe…

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La demonizzazione di Photoshop

Giovedì 30 giugno ho partecipato a un interessante incontro dedicato al fotoritocco, nel corso del quale sono intervenute Alessia Cosio e Marianna Santoni, due grandi esperte del settore. Oltre a farmi apprendere nuove tecniche, l’incontro è stato molto utile anche a farmi venire in mente degli spunti di riflessione che, secondo me, meritano di essere sviluppati.

La mia posizione nei confronti di Adobe Photoshop è rimasta sostanzialmente immutata nel corso degli anni e, non per presunzione ma per semplice buon senso, credo sia la piú ragionevole. A mio modesto modo di vedere, Photoshop è uno strumento indispensabile per un professionista, a patto che non se ne abusi.

Detesto vedere fotografie che di realistico non hanno niente, senza zone d’ombra oppure dal contrasto esasperato all’inverosimile. Photoshop deve migliorare lo scatto, non trasformarlo, altrimenti è meglio realizzare un’illustrazione. Se in una fotografia c’è un difetto, un problema, allora non vedo nulla di male nell’usare PS. Il punto è non usarlo per far diventare la fotografia “qualcos’altro”, qualcosa di palesemente finto. La fotografia è “analogia” con la realtà, e quest’analogia non deve perdersi in nessun modo. La si può migliorare, però.

E allora qui divento strenuo difensore di PS, perché non tollero quelli che lo denigrano a prescindere, senza conoscerne le infinite potenzialità. Un professionista, se vuol davvero distinguersi dalla massa, non può non saperlo usare, è un dato incontrovertibile. Photoshop è quello stumento che, agendo sui parametri giusti, permette di dare personalità a un’immagine, di renderla unica, altrimenti resterà un freddo file sviluppato da un algoritmo di una macchina fotografica, non l’opera di un fotografo.

D’altronde, in passato esisteva lo sviluppo dei negativi, processo che ora si è digitalizzato (e menomale, visto che comportava anche l’uso di sostanze tossiche), per cui criticare un software di sviluppo è anche esempio d’ignoranza.

Se usato sapientemente, è il nostro miglior alleato per semplificarci la vita, ma anche il peggior nemico se non sappiamo utilizzarlo cum grano salis. Qual è il confine, allora? Non si può stabilirlo a priori, dobbiamo essere noi a comprenderlo, a stabilire quando sia il caso di fermarsi col ritocco.

Ma, come sempre, l’importante è non prendere una posizione rigida e univoca: non mi piace né chi fa un uso smodato di PS, né chi ne parla come se fosse il Demonio.

Gli estremismi, si sa, non portano da nessuna parte e non sono mai  la soluzione. Nemmeno in un àmbito apparentemente pacifico come quello della fotografia.