Giovedì 30 giugno ho partecipato a un interessante incontro dedicato al fotoritocco, nel corso del quale sono intervenute Alessia Cosio e Marianna Santoni, due grandi esperte del settore. Oltre a farmi apprendere nuove tecniche, l’incontro è stato molto utile anche a farmi venire in mente degli spunti di riflessione che, secondo me, meritano di essere sviluppati.

La mia posizione nei confronti di Adobe Photoshop è rimasta sostanzialmente immutata nel corso degli anni e, non per presunzione ma per semplice buon senso, credo sia la piú ragionevole. A mio modesto modo di vedere, Photoshop è uno strumento indispensabile per un professionista, a patto che non se ne abusi.

Detesto vedere fotografie che di realistico non hanno niente, senza zone d’ombra oppure dal contrasto esasperato all’inverosimile. Photoshop deve migliorare lo scatto, non trasformarlo, altrimenti è meglio realizzare un’illustrazione. Se in una fotografia c’è un difetto, un problema, allora non vedo nulla di male nell’usare PS. Il punto è non usarlo per far diventare la fotografia “qualcos’altro”, qualcosa di palesemente finto. La fotografia è “analogia” con la realtà, e quest’analogia non deve perdersi in nessun modo. La si può migliorare, però.

E allora qui divento strenuo difensore di PS, perché non tollero quelli che lo denigrano a prescindere, senza conoscerne le infinite potenzialità. Un professionista, se vuol davvero distinguersi dalla massa, non può non saperlo usare, è un dato incontrovertibile. Photoshop è quello stumento che, agendo sui parametri giusti, permette di dare personalità a un’immagine, di renderla unica, altrimenti resterà un freddo file sviluppato da un algoritmo di una macchina fotografica, non l’opera di un fotografo.

D’altronde, in passato esisteva lo sviluppo dei negativi, processo che ora si è digitalizzato (e menomale, visto che comportava anche l’uso di sostanze tossiche), per cui criticare un software di sviluppo è anche esempio d’ignoranza.

Se usato sapientemente, è il nostro miglior alleato per semplificarci la vita, ma anche il peggior nemico se non sappiamo utilizzarlo cum grano salis. Qual è il confine, allora? Non si può stabilirlo a priori, dobbiamo essere noi a comprenderlo, a stabilire quando sia il caso di fermarsi col ritocco.

Ma, come sempre, l’importante è non prendere una posizione rigida e univoca: non mi piace né chi fa un uso smodato di PS, né chi ne parla come se fosse il Demonio.

Gli estremismi, si sa, non portano da nessuna parte e non sono mai  la soluzione. Nemmeno in un àmbito apparentemente pacifico come quello della fotografia.

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About the Author GCMars

Freelance Photographer

2 commenti

    1. Esattamente. Un conto è migliorare una foto e un altro è stravolgerla completamente. Il problema è che il grande pubblico tende a non cogliere queste sfumature e, quindi, ragiona per pregiudizi. C’è bisogno di più educazione all’immagine e, di conseguenza, di più apertura mentale.

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